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Nato il 4 maggio 1960 a Jesi, Vittorio Graziosi trascorre l’infanzia in Svizzera come figlio di emigranti, per far ritorno nel 1970 nella sua amata terra, fra le morbide colline e il mare, che, con la dolcezza del suo paesaggio così ricco di suggestioni è costante fonte d’ispirazione, frequente sfondo alle sue opere. La sua avventura letteraria inizia negli anni novanta per la sua determinazione di conservare nella memoria, affinché non vadano perdute, storie da lui ritenute di grande bellezza e profonda suggestione e per la sua volontà di farle conoscere. Storie trascritte su un foglio di carta per raccontarle agli amici davanti ad una tavola imbandita. Arricchirle con dettagli di fantasia, colorarle con un sapiente uso delle immagini e farne dei veri e propri racconti, scritti per pudore e per il timore di snaturarli a matita, il passo è stato per lui breve e forse…inevitabile. Sono nati così i primi tre racconti raccolti ne L’ombra delle onde pubblicato nel 1998. Traendo spunto da fatti di cronaca, il primo narra le vicende di un calciatore che rinuncia ad un contratto milionario per far ritorno al capezzale della madre ammalata; il secondo la storia del padre di Letizia, la ragazza uccisa da mani vandale che gettarono una pietra dal cavalcavia dell’autostrada; e infine la tenera storia d’amore fra una donna considerata pazza e un esserino, forse un nano o forse un alieno. Storie che conducono l’autore verso una delicata esplorazione dell’animo umano, della sue fragilità, ma soprattutto della sua forza e delle sue infinite possibilità. È già evidente, fin dai suoi primi scritti, la volontà dell’autore di catturare, e di trasmettere al lettore, la trama delle emozioni, le più sottili, che colorano la vita. Nello stesso anno scrive Come adottare una nuvola, il racconto, a volte crudo, di una esperienza forte, vissuta in prima persona: l’anno di carcere scontato a Gaeta per aver rifiutato la divisa. Vivere nel maestoso castello Angioino-Aragonese a picco sul mare, ora reclusorio militare, è stata, afferma lo stesso Graziosi, una grande esperienza che l’ha aiutato a diventare uomo e a maturare i sui ideali pacifisti, avendo come vicino di cella il famoso criminale di guerra Walter Reder, meglio noto in Italia come “boia di Marzabotto”. Sullo sfondo di queste due posizioni, fortemente contrastanti, di una dura vita scandita da gesti rituali, emergono diverse figure, tipi, che ora hanno preso vita in una trasposizione teatrale. Del 1999 è la terza pubblicazione Le giunchiglie in riva al fiume, malinconico e romantico romanzo autobiografico che racconta gli anni sessanta visti dagli occhi di un bambino. Sono gli anni del boom economico, caratterizzati dalla fiducia e dalla speranza di una vita serena in condizioni economiche favorevoli, anni di grandi progetti vissuti dagli adulti, ma condivisi in famiglia e trasmessi ai più piccoli che pensavano eterni quegli attimi e invincibili quegli uomini. Un autentico atto d’amore nei confronti della sua terra; mirabilmente tratteggiata nelle sue sfumature, ogni pagina ne sprigiona i colori, gli odori, i rumori, i sapori, le emozioni trasmesse sul filo di una narrazione lirica. In questo contesto si snodano le sue avventure di bambino ed emergono figure significative, gli eroi del quotidiano, la sua gente. Quindi, grazie alla cognata, la famosa cantante lirica Valeria Esposito, ha modo di conoscere storie di cantanti lirici e resta colpito dalla vicenda del tenore rumeno Joseph Smidt, detto il tenore nano. Un cantante di grandissimo talento, morto in un campo di concentramento nazista, ennesimo talento spezzato dalla furia della guerra. Una storia forte e sentimentale narrata nel racconto La lieve trama dell’usignolo, pubblicato nel 2001. In appendice una raccolta di racconti brevi, efficaci ritratti, piccoli affreschi di vita quotidiana, intitolata Gli amaretti, storie dolci-amare proprio come il biscotto di novembre, l’amaretto, detto anche il “biscotto dei morti”. Questo ultimo testo ha avuto un grande successo di pubblico e critica da essere scelto per il teatro come spettacolo di “musica&prosa”. Nel 2004 pubblica La vita è un arco teso, la storia di un assassino che cerca riscatto e redenzione combattendo la battaglia dei diritti di un popolo oppresso, quello algerino al tempo della guerra civile, nel 1963, per la libertà dal dominio francese. Sebbene inserita in preciso contesto storico, è la prima storia interamente inventata dall’autore che conduce il lettore, insieme con il protagonista, in un lungo viaggio che lo condurrà fin tra le dune del deserto algerino e, nello stesso tempo nelle pieghe più profonde del cuore di un uomo che cerca rimedio alla morte che ha provocato. E lo troverà rinunciando alla propria libertà per consegnare al mondo il messaggio di un popolo in lotta per i propri diritti. Con questo lavoro l’autore ha vinto la speciale classifica nazionale di vendite via internet ed è stato selezionato come sceneggiatura da film al festival internazionale di Torino da una commissione di sceneggiatori per due anni consecutivi (2005 e 2006) nella speciale sezione “Pactch editoriali” ed è ora in via di valutazione definitiva. Dal 2006 Graziosi svolge inoltre attività di laboratorio di scrittura con gli studenti delle scuole medie superiori, affinché il suo talento, da lui considerato come un dono, possa proliferare nelle nuove generazioni. Da questa attività è nata la pubblicazione di una raccolta di racconti degli studenti stessi da titolo Raccontami una storia…”. Sangue di rosa scarlatta,l’ultima fatica dello scrittore jesino, appena uscita nel gennaio 2008, è la vicenda di un uomo che perde il suo unico figlio nell’attentato alla metropolitana di Londra nel 2005. Si tratta di una storia particolarmente avvincente che trascina letteralmente il lettore, con il fiato sospeso, fin nelle radici più profonde del dolore, in un’esperienza dall’effetto catartico. Dopo la ricerca disperata della vendetta, il protagonista giunge infatti ad una soluzione inaspettata, una risposta positiva la male e alla sofferenza senza spiegazioni e giustificazioni. Opera dalla struttura nuova per l’autore, la forma del diario, mostra una scrittura matura, che pur non abbandonando i toni lirici, si presenta in una forma più asciutta, dai ritmi più serrati. Essa riprende il tema, ricorrente nelle opere di Graziosi, della morte. Evento che, pur non lasciando intravedere soluzioni ultraterrene, si mostra sempre, tuttavia, come un’apertura verso nuove possibilità, hic et nunc, per gli uomini e fra gli uomini. In questo caso l’opportunità per il protagonista di restituire a Dio, ma anche alla società, “l’uomo buono” che si era impegnato a crescere, in luogo del figlio morto, ma anche del suo uccisore. Un messaggio di pace, in una trovata originale, in un’epoca in cui i frequenti atti di terrorismo troppo spesso insidiano negli animi dei più giovani il seme dell’intolleranza. Messaggio che Graziosi ha voluto condividere con l’artista ucraino Eugenio Derevianko, autore della copertina del libro. |
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